"Achtung!" tuona Radio Berlino l'8 settembre 1941, "Achtung! La roccaforte di Sc'lisselburg è caduta! L'anello di acciaio si è chiuso…". È il primo dei novecento giorni di Leningrado, l'assedio più lungo della storia moderna. Quello stesso 8 settembre, quando i tedeschi centrarono in pieno i magazzini Badajev, il cielo fu incendiato da nubi rosso sangue. In pochi minuti gran parte delle scorte alimentari della città andò in fumo. Quella di Leningrado sotto assedio è una storia di privazioni. Sparirono fin da subito la farina e lo zucchero di quei magazzini. Ma già allo scoppio della guerra – il 21 giugno – erano spariti i capolavori dell'Hermitage, trasportati al sicuro nelle retrovie da treni speciali. Poi sparirono i monumenti, coperti da teloni mimetici o addirittura spostati. Sparì l'energia elettrica, sparirono i riscaldamenti delle case, i tram. Sparirono gli animali, prima quelli dello zoo, colpiti per errore da un bombardiere finlandese; poi quelli domestici, sacrificati alla fame. Sparì il sesso, la differenza tra corpi maschili e corpi femminili, e dopo un po' cominciarono a sparire proprio i corpi, dentro vestiti divenuti improvvisamente troppo larghi. Sparirono circa 700.000 leningradesi uccisi dalla fame, dal freddo, dalle bombe, dalle malattie…

Una cosa non sparì a Leningrado, qualcosa che veniva fuori dai “cerchi neri parlanti”, qualcosa che i tedeschi non potevano intercettare perché viaggiava nell'etere: la voce. La voce di Radio Leningrado. “Che sparino, che sparino pure”, disse un oratore in onda durante un raid. “Ma il testo del discorso noi non lo cambieremo di una virgola… Sparano anche per questo, per farci paura. Ma non metteremo la sordina ai nostri discorsi”. Radio Leningrado sapeva incitare alla lotta e sapeva anche parlare a bassa voce, come standoti accanto: “Non era ancora mai capitata a Leningrado una notte di Capodanno come questa”, notava la poetessa Olga Bergholtz nel '41. “È inutile che vi racconti come'è”. E i leningradesi, che conoscevano tutte le pene dell'assedio, capivano: ciò di cui parlava la Bergholtz, lei stessa l'aveva sofferto e lo stava soffrendo.

“Nel mondo c'è uno zar”, scrisse il poeta Nekrasov. “E quello zar è senza pietà: si chiama Fame”. Durante l'assedio, di zar ce ne fu almeno un altro, e si chiamava Freddo. La radio provò a combatteri entrambi. Dopotutto era Radio Leningrado, e a Leningrado gli zar non hanno mai avuto vita facile…

Le memorie del regista del suono di Radio Leningrado

Trasferiamoci idealmente nella Sala Grande della Filarmonica di Leningrado nell'indimenticabile giornata del 9 agosto 1942. Ricorda il regista del suono Nil Nikolaevich Rogov, benemerito radiotelegrafista dell'Urss.
Cominciai la preparazione della trasmissione della Settima Sinfonia di Shostakovich dalla Sala Grande della Filarmonica molto tempo prima dell'inizio poiché avevo intuito che alla fine sarebbe toccato a me il compito della messa in onda.

Le nostre collaboratrici, le giovani registe del suono Ekaterina Protopopova, Tamara Pervova, Valentina Krivulina, non avevano ancora sufficiente esperienza di messe in onda di registrazioni musicali così complesse. Per il buon esito della preparazione, era necessaria una prova generale coi microfoni dell'opera perché dal quadro dei comandi fosse possibile individuare le sonorità adeguate delle singole parti e dell'orchestra nella sua totalità. Tuttavia, tale possibilità ci fu negata. Karl Il'ich Eliasberg aveva lavorato con l'orchestra in diversi studi, provando i singoli brani della sinfonia e perciò era assai difficile avere un'impressione d'insieme dell'opera.

Per la messa in onda dalla Filarmonica avevo fissato da principio una consolle per due microfoni. E questo era chiaramente insufficiente. Allora, dietro mia insisistenza, il capo dell'RVU Petr Aleksandrovich Palladin ci autorizzò a sistemare un'altra consolle. Ricordo come il tecnico Valentina Zhuravleva li assemblò in un solo impianto collegando a essi quattro microfoni "ML-5". Io cercai di distanziarli perché fossero in grado di captare tutte le parti dell'orchestra. Non avevo smesso di sperare che il mattino del 9 agosto, nel giorno della prima, potessero svolgersi le prove complete coi microfoni in modo da sistemare tutti gli equilibratori del suono. Ma questa speranza non era destinata a realizzarsi. Alle 11 del mattino, quando si riunì l'intera orchestra, arrivarono i cameramen e cominciarono a filmare una parte delle prove proseguendo fino a sera. Karl Il'ich Eliasberg cercava di far risparmiare energie agli orchestrali in vista del concerto.

Fu così che la consolle per la messa in onda fu sistemata nel corridoio, proprio dietro il sipario. Attraverso gli spiragli riuscivo a scorgere nella sala i volti noti degli artisti del Teatro musicale, del Comitato Radiofonico e di quelli rimasti a Leningrado. Tra gli ascoltatori in sala vi erano molti militari.
Ero molto preoccupato del fatto che la trasmissione sarebbe andata in onda attraverso la stazione radio a onde corte e che sarebbe stata seguita non soltanto in Unione Sovietica, ma anche in molti paesi del mondo.

La consolle si trovava a una distanza molto ravvicinata dalla grande orchestra che m'impediva l'ascolto dei suoni attraverso la cuffia. Dovetti far ricorso alla mia vasta esperienza e alla mia intuizione musicale. La trasmissione iniziò prima del solito, intorno alle 19. Tenevo, come sempre, le mie mani sui regolatori del suono e l'agitazione a poco a poco si stemperò. La nostra orchestra suonava con grande pathos, in preda a una forte ispirazione e tutti noi avevamo la sensazione di partecipare a un avvenimento di enorme importanza. Nessun'altra musica produsse mai più su di me un effetto così potente. V'era in essa una sorta di armonia tra musica e vita, lotta e vittoria. Vittoria del bene sul male.

La messa in onda della trasmissione andò bene. Ricevemmo molti elogi dai musicisti e dai radioascoltatori.