La genesi

All’inizio un radiodramma più una radio-azione teatrale; poi un reading unico, e poi ancora una doppia serata teatrale trasmessa in radio, e infine un vero e proprio spettacolo teatrale in cui batte ancora un cuore radiofonico.

Di solito una storia come questa diventa un libro, e il libro un film. Ascolta! Parla Leningrado… Leningrado suona ha seguito una trafila un po’ diversa: è uno spettacolo teatrale nato dalla fusione di due radiodrammi, prodotti e trasmessi in diretta dalla Radio Svizzera Italiana nel 2006.

 

Parla Leningrado

Il primo radiodramma, Ascolta! Parla Leningrado, racconta i novecento giorni da una posizione privilegiata: la sede del Comitato Radiofonico. Storie che andavano in onda e storie che era meglio passare sotto silenzio, per non scoraggiare una popolazione già sfinita. Storie di soldati al fronte, di libri bruciati per scaldarsi, di camionisti lanciati a tutta velocità su strade di ghiaccio, di gente comune che cercava di sopravvivere.

C’era poi la storia delle storie, un’orchestra che quasi non esisteva più e che decise di eseguire una sinfonia monumentale come la Settima di Dmitrij Šostakovič.

Il radiodramma è stato trasmesso in diretta dallo Studio 2 della Radio Svizzera Italiana. Si tratta di una modalità che rinuncia al montaggio e alla perfezione formale dell’ultimo ritocco, ma che recupera il brivido della performance “dal vivo”, la tensione del “qui e ora”. È già una prima forma di avvicinamento – o, forse meglio, di riavvicinamento – della radio al teatro.

Nello studio 2 recitano tredici attori, che parlano, si muovono da un ambiente all’altro e cambiano microfono in base alle indicazioni del regista, che non sta dietro il vetro ma è lì insieme a loro. Alle voci dei tredici attori presenti in studio – ma potremmo iniziare a dire “in scena” – se ne aggiungono tre registrate, fra cui quella di Lella Costa che interpreta la poetessa leningradese Anna Achmatova.

 

Leningrado suona

Se il primo radiodramma racconta la radio (di Leningrado) attraverso un’altra radio (di Lugano), il secondo, Ascolta! Leningrado suona, rievoca l’immediata vigilia del concerto nel Palazzo dei Congressi, sempre a Lugano, facendo vivere al pubblico in sala un’esperienza che si potrebbe definire radio-azione teatrale.

Sul palco, centosedici leggii, sei musicisti che accordano gli strumenti. Fuori scena, altrettanti attori che danno voce ai loro pensieri. Sarò in grado di suonare? Mi basterà il fiato o la forza nelle mani? A cosa pensa un violino mentre prova un passaggio insidioso? A tenerlo in ansia è più il proprio stato di forma o quello della cassa armonica dello strumento, bloccata per tutto l’inverno in una corazza di ghiaccio? Qui la fusione tra teatro e radio diviene ancora più profonda. Siamo al teatro perché i personaggi sono su un palco, eseguono delle azioni (si preparano per la sinfonia), vengono illuminati da luci di diverso colore. Ma siamo alla radio perché le loro voci sono invisibili, vengono fuori dagli altoparlanti sistemati a cerchio nella sala per avvolgere il pubblico. Lo spettacolo mette in scena – e in onda – l’ansia di questi musicisti assediati, la lotta segreta tra il senso del ritmo e quello della fame, il brivido di chi sta per entrare della Storia, la paura di non esserne all’altezza. Sono pensieri che si illuminano, voci che si accendono all’improvviso e poi sfumano, strumenti che frugano nel buio alla ricerca dell’intonazione giusta, dopo mesi di silenzio.

A Lugano, alla fine del radiodramma, saliva sul palco il resto dell’orchestra, centosedici elementi che prendevano posto al buio, accompagnati da un sottofondo di artiglieria pesante, e il pubblico entrava in una specie di terra di nessuno tra spettacolo teatrale, radiofonico e musicale.

Il direttore – un russo, Mikhail Pletnev – sollevava le bacchette, partiva la Settima di Šostakovič e il Palazzo dei Congressi di Lugano si trasformava definitivamente nella Sala Grande della Filarmonica di Leningrado. Nel rimbombo della cannonata un invisibile annunciatore disse: Ascolta! Suona l’orchestra assediata!

 

Leningrado al Leoncavallo

Nel corso del 2007 i due radiodrammi sono stati condensati in forma di reading teatrale per “I suoni della memoria”, una manifestazione tenutasi al Leoncavallo di Milano.

È un primo tentativo di abbracciare i due momenti della vicenda – la vita del comitato radiofonico sotto assedio e la vigilia del concerto di Šostakovič – in un’ unica storia. E con una novità rispetto ai radiodrammi.

Sul palco del Leoncavallo, oltre a quattro attori che recitavano a leggio, era presente anche Sergio Ferrentino, in una veste diversa oltre a quella di regista. Lo spettacolo iniziava infatti con il suo racconto di come è entrato in contatto con la storia dell’assedio: quasi casualmente, durante un viaggio nell’URSS, sul pullman che dall’aeroporto di Leningrado va in città. Ferrentino ripeteva le parole ascoltate sul pullman dalla guida turistica – “qui abbiamo fermato i Tedeschi” – e da lì iniziava il racconto vero e proprio dell’assedio. Viene dunque introdotto un elemento di teatro di narrazione che verrà poi sviluppato negli spettacoli successivi.

Radio Leningrado su Radio Popolare

Nell’aprile del 2008 una versione più estesa del reading del Leoncavallo è stata trasmessa da Radio Popolare a Milano ed è stata riproposta da Radio Flash a Torino in collaborazione con l'associazione Russkij Mir Torino. Ma qui di nuovo si dovrebbe usare una terminologia mista, radio-teatrale, dato che in entrambi i casi lo spettacolo si rivolgeva tanto agli ascoltatori a casa quanto al pubblico presente in sala: l’Auditorium di Radio Popolare a Milano e l’Hiroshima Mon Amour a Torino.

C’è un attore in più rispetto al Leoncavallo e il testo può così recuperare alcune scene dai radiodrammi di Lugano. Ma soprattutto le due serate consentono di esplorare ancora meglio quella zona di confine tra i due linguaggi radiofonico e teatrale. Luci ed effetti sonori, espressione dei volti e grana delle voci lavorano sempre di più in armonia.

 

Leningrado a Ivrea

Ascolta! Parla Leningrado… Leningrado suona è diventato uno spettacolo vero e proprio nel novembre 2008, quando è stato messo in scena al Teatro Giacosa di Ivrea.

La trasposizione teatrale conserva la prospettiva radiofonica muovendosi in bilico tra racconto e messinscena. Sul palco non c’è più Ferrentino, ma il suo ruolo di narratore e di primo motore della vicenda viene assorbito da un attore, il quale a sua volta passa il testimone della storia agli altri cinque attori in scena.

Dunque all’inizio i sei personaggi si rivolgono direttamente al pubblico, in qualità di narratori. Solo che ben presto il racconto non basta più, e allora, nemmeno tanto metaforicamente, bisogna mettere i panni dei personaggi e rappresentare la vita di Leningrado assediata.

Al centro della scena c’è un tavolo sommerso da vestiti da indossare e libri da bruciare, una specie di totem dell’assedio attorno al quale si muovono i personaggi. Sono corpi troppo magri che spariscono sotto i cappotti pesanti, infilati a strati, in uno degli inverni più freddi della storia russa. E tuttavia sono corpi che resistono, che cercano di aggrapparsi alla musica e alla speranza di un futuro. Anche le luci riflettono questo contrasto, passando da colori glaciali a sfumature più calde.

Con questo spettacolo ci si sposta più nettamente sul terreno del teatro, ma la radio resta centrale, e non solo come tema. Contano le voci, con e senza eco, in chiaro o radiofoniche. Contano gli effetti sonori, i bombardamenti, gli strumenti che accordano e soprattutto il ticchettio costante del metronomo mandato in onda da Radio Leningrado quando nessuno aveva la forza di parlare.

Per chi ha vissuto l’assedio, il metronomo era il cuore di Leningrado che si ostinava a battere. Per chi l’assedio cerca di raccontarlo oggi, il metronomo è la prova che in questa storia, anche se qualcuno dovesse mai raccontarla al cinema, batterà sempre un cuore radiofonico.

 

Leningrado chiude il cerchio

Nel gennaio 2010 Ascolta! Parla Leningrado… Leningrado suona è ospitato dal Teatro Litta di Milano. Si è trattata di un’ulteriore occasione per proporre un’immagine di questa storia che fosse allo stesso tempo visiva e acustica.

Dunque si è partiti da Milano (Leoncavallo) e si è tornati a Milano (Litta). Un adattamento che ha descritto un cerchio, come un assedio, ed è durato più o meno novecento giorni, come quello di Leningrado.

 

Conclusione (per ora)

“Nel mondo c’è uno zar”, scrisse il poeta Nekrasov, “e quello zar è senza pietà: si chiama fame”. Durante l’assedio di zar ce ne fu almeno un altro, e si chiamava Freddo. Ascolta! Parla Leningrado… Leningrado suona fa sentire e vedere la radio che provò a combattere entrambi. Dopotutto era la radio di Leningrado, e lì gli zar non hanno mai avuto vita facile.

È passato molto tempo da allora, ma ogni tanto qualche “zar” continua a farsi vivo, anche dalle nostre parti. Una volta si chiama “terrorismo”, la volta dopo “crisi economica”. Questi leningradesi sottonutriti, sotto assedio, sotto le bombe e sottozero salgono sul palco per dirci una cosa semplice, alla fine: non esistono scuse per smettere di suonare.